Stray – La recensione del nuovo titolo targato Annapurna

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Il felino è il miglior amico… dei robot

Ora che ho messo le mani su Stray e portato a termine l’avventura in circa sei ore e mezza, posso affermare che non sono poi andato troppo in là con le supposizioni che feci anzitempo: il titolo di Annapurna, almeno nelle intenzioni, mi ha ricordato Concrete Genie dei Pixelopus. Un’altra opera che tocca tematiche importanti attraverso un comparto artistico riuscitissimo e una poetica muta, per buona parte nascosta nei disegni di Ash, capace di prendere vita e regalarti momenti di una delicatezza di cui solo alcuni possono farsi fregio.

Stray, dunque, attraverso i miagolii e le fusa del suo peloso protagonista, esiste e resiste esattamente lì, in quella bolla magica dove tutto è possibile, restituendo al giocatore un’esperienza fresca (perfetta per l’estate), pacata ed impegnativa quel pizzico che serve per far sì che possa essere fruibile ai più. Un atto d’amore dedicato ai mai troppo furbi felini, ma anche all’umanità stessa e al rapporto che si viene con loro a creare.

Stray

D’altronde in questa nuova produzione, l’uomo, a seguito della sua natura distruttiva si è estinto, e gli ereditieri dei sentimenti che noi proviamo come l’amore, l’odio o il rimorso, altro non sono che robot rimasti intrappolati a lungo nelle viscere del sottosuolo. Un mondo fatto di vicoli stretti e angusti, fogne fatiscenti e irte di insidie; costellato da un cielo che cielo non è, pregno di luci artificiali. Caderci dentro quando si proviene dal calore dalla superfici non può che trasmettere ansia e angoscia, fortunatamente assorbite in parte dalla conoscenza di B/12, nostro nuovo amico cibernetico che ci aiuterà in questa ripida scalata verso l’aria pura e il lussureggiante verde da cui si proviene.

Insomma, c’è vita in Stray, più di quanta ne immaginiate, sorretta da meccaniche di gameplay piuttosto semplici e automatizzate ma non per questo noiose o prive di guizzi interessanti. Le fasi di platforming mi han ricordato, con le dovute differenze del caso  – mi pare ovvio – il primo Assassin’s Creed; dove ti bastava tenere premuto il pulsante della corsa per destreggiarti con il parkour tra i tetti di Gerusalemme (qui basta tenere premuto il tasto dedicato al salto). Se unita all’estrema linearità dell’opera, comunque (fatta eccezione per un paio di occasioni in cui il gioco prova a confonderti un po), il tutto trova un’amalgama perfetta senza risultare mai troppo banale, ed è persino capace di sorprendervi con alcuni colpi di coda e trovate non indifferenti.

Stray

Di tanto in tanto, qua e là vi imbatterete anche in NPC che vi assegneranno alcune missioni secondarie che una volta portate a termine permettono di sbloccare nuove spille che verranno poi automaticamente equipaggiate sulla pettorina del vostro fidato randagio. A completamento di un pacchetto che devo dire ho trovato ben confezionato ci pensano poi alcuni collezionabili fatti di ricordi che troverete sparsi in giro per il mondo di gioco, assieme ad altre piccole cose che vi diranno molto di più su quella che è l’ambientazione di Stray.  Insomma, un mix di cose già viste all’interno di altri titoli  – è vero –, ma ben implementate nel nuovo gioco targato Annapurna.

Gioco che risplende – devo ammetterlo – sotto l’aspetto artistico, con scenari capaci di creare emozioni contrastanti nel giocatore e invitandolo, grazie al suo pregevole level design, ad esplorare anche gli anfratti più reconditi (laddove concesso). Perché se è vero che il gioco ha una struttura piuttosto lineare – come dicevo poc’anzi – è altresì vero che presenterà alcune situazioni in cui l’esplorazione s’impadronirà di voi; dove solo ingegnandovi a dovere potrete capire quale sia il sentiero propizio per arrivare alla meta. La meccanica preponderante del titolo, d’altronde, è sicuramente il platforming, ma la successiva, quella con cui vi interfaccerete maggiormente, è senza dubbio il puzzle solving. Tante, tante volte – credetemi – vi servirà l’ingegno e l’aguzzare la vista per superare gli ostacoli presenti sul vostro cammino, ed anche se parliamo di enigmi dall’esecuzione piuttosto semplice e basilare, l’appagamento che ne deriverà saprà comunque mantenere alto l’interesse del giocatore.

Stray

Soprattutto perché  tecnicamente il titolo, per quanto vanti un budget indubbiamente minore rispetto ad alcuni suoi colleghi, risplende come solo pochi sanno fare a livello visivo. Tra giochi di luce, texture pregevoli, animazioni che mi hanno più volte lasciato a bocca aperta, ce n’è davvero di ogni, davvero. Le uniche note dolenti sono forse rappresentate da quella sporcizia del codice che ogni tanto si avverte, come ad esempio un caricamento piuttosto lungo dopo un game over, qualche sporadico rallentamento e cose di questo tipo. Ora, è chiaro che se giocato su PlayStation 4 un videogiocatore come me, in sede di recensione, a queste cose può anche non dargli peso; ma siccome ho terminato Stray su PlayStation 5 e ho riscontrato diverse volte (non tante, sia chiaro), queste scaramucce, mi sembrava lecito farlo presente. Non è nulla che ne vada a minare l’esperienza, intendiamoci, ma sono presenti ed è giusto evidenziarlo.

Molto carine invece le trovate adottate grazie all’utilizzo del DualSense: dal feedback aptico che si attiva quando deciderete di rifarvi le unghie su divani, tappeti o porte, alla leggera vibrazione percepita tra le mani quando il protagonista tenderà a fare le fusa.

Chiude il cerchio una colonna sonora delicata, che pompa in vena quando deve e strizza “le orecchie” agli anni ’80/’90, composta da tanti brani in cui i synth sono gli artefici indiscussi di un’atmosfera che si avvicina in modo piuttosto concreto a ciò che in gergo viene definito cyberpunk. E in quelle circa 5-8 ore che servono per terminare la campagna di brani pregevoli, ne sentirete diversi, così come se volete rigiocarvi l’avventura per completare il titolo al 100%.

E sinceramente mi fanno un po’ sorridere quelle puerili polemiche sulla longevità di Stray venute fuori in ‘sti giorni, atte a voler rompere il cazzo alla gente che null’altro cerca che il mero divertimento; sia questo duraturo un’ora, o mille. Per quel che mi concerne, Stray è perfetto così; esce in un momento ideale (l’estate), la sua durata è in linea con le produzioni di questo calibro e infine è persino fruibile se si è abbonati al nuovo pacchetto di PlayStation Plus.

Pertanto, cosa chiedere di più?

Ah sì… come mai non c’è la photo mode? Maledetti!

Sono straconvinto che verrà aggiunto con i futuri aggiornamenti, però checcavolo…

Ad ogni modo, battute a parte, giocatevelo: questo è l’unica cosa realmente sincera che mi sento di consigliarvi.

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CONCLUSIONI
Overall
8.2/10
8.2/10
  • GRAFICA - 8.3/10
    8.3/10
  • GAMEPLAY - 7/10
    7/10
  • AUDIO - 8.5/10
    8.5/10
  • LONGEVITÀ - 6/10
    6/10

IN SINTESI

Stray è quel gioco che arriva in un periodo di caldo infernale e porta, con le sue emozioni e la sua esperienza, una boccata d’ossigeno, una ventata d’aria fresca. Il gioco di per sé si rivela scorrevole, impegnativo quel tanto che serve in giornate così afose e si fa largo con i suoi piccoli pregi nel cuore dei videogiocatori, ritagliandosi il suo personalissimo spazio. Una produzione che narra la sua storia attraverso una comunicazione delicata e poetica, fatta di tanti piccoli tasselli da ricomporre per capire come si sia arrivati all’estinzione dell’uomo. Disponibile sul nuovo formato di PlayStation Plus per tutti gli abbonati ad Extra e Premium, non resta che giocarlo per saggiarne con mano la bontà. Per tutti coloro i quali non fossero abbonati al servizio invece, il consiglio che posso dare resta il medesimo.


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Gennaro Schiavelli

“Non vuoi niente. Non credi in niente. Il futuro è il tempo che ti rimane prima di finire un videogioco. Non credi nella vita dopo la morte e hai poca fiducia nella vita in generale. L’unica cosa che sai per certo è che non vuoi le stesse cose dei tuoi genitori.”