Watch Dogs: l’evoluzione dell’hacking prima di Legion

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In attesa di Legion, ripercorriamo insieme il percorso della serie Watch Dogs

Quello di Watch Dogs non fu un brand che iniziò nel migliore dei modi. Il primo capitolo siglò un lancio tinto di pessimismo, dovuto perlopiù ad una campagna marketing e comunicazione fin troppo sopra le righe da parte di Ubisoft – nonostante le vendite dicano tutt’altro –, diventando automaticamente il bersaglio preferito di coloro che supportavano il progetto con entusiasmo. Tutto ciò che arrivò tra le mani dei giocatori fu un prodotto deludente, privo di quanto promesso, presentandosi in un bozzolo che si sarebbe schiuso solo anni più tardi.

Questo perché, a rimediare a quanto di compiuto con Watch Dogs, ci pensò il suo successore; un capitolo più onesto e appagante, multiculturale sotto diversi aspetti e capace di evolvere in maniera sensibile tutti gli aspetti dell’avventura di Aiden Pearce, stabilendo infine un’identità per un brand che finalmente aveva preso il via. Il 29 ottobre arriverà finalmente sugli scaffali di tutti i negozi Watch Dogs: Legion, terza iterazione sviluppata questa volta da Ubisoft Toronto, la quale punta a stravolgere ancora una volta i canoni già imbastiti dai suoi predecessori, affermando la propria identità e separandosi dal noioso paragone di un “Gran Theft Auto con gli hacker”. In occasione del suo lancio, vogliamo raccontarvi come di volta in volta la serie si sia evoluta fino ad oggi, esplorando quella che è stata l’evoluzione dell’hacking finora.

Watch Dogs

Watch Dogs e il cupo vigilante

Come già anticipato in apertura, il lancio del primo Watch Dogs riscosse un discreto successo, ma ben presto divenne un caso mediatico per come già saprete, a causa di una comunicazione non proprio sincera da parte degli sviluppatori. L’assenza di meccaniche promesse e il downgrade grafico rispetto ai trailer di presentazione, furono le principali accuse mosse dalla community inferocita, ma tutto sommato, le dieci milioni di copie vendute fino al 31 dicembre 2014 parlavano chiaramente di un successo commerciale. La somiglianza condivisa con un rivale come Gran Thef Auto V sicuramente avrà spinto una fetta di pubblico ad accaparrarsi una copia del gioco, ma tutto sommato, le concrete differenze tra il lavoro di Rockstar Games e quello di Ubisoft veniva a galla in un battibaleno: sebbene abbiano più punti comuni, come world building, esplorazione e di come questa si applichi in parte all’economia ludica del prodotto, la casa francese era riuscita tutto sommato a creare un prodotto che sapeva distinguersi da solo. Gran parte del merito arriva appunto dal particolare sistema di hacking, capace di fornire soluzioni di gameplay accattivanti, ma non del tutto sufficienti per poter convincere pienamente per dissipare ogni dubbio. L’avventura con protagonista Aiden Pearce nella bella Chicago, oltre a narrare una storia cupa ma non priva di qualche guizzo interessante, affidava nelle mani dei giocatori una prima bozza delle “chiavi della città digitali”, con cui prendere il pieno controllo della metropoli. L’interazione ambientale era infatti uno dei punti di forza del gameplay: interagire con la città stessa per ricavare denaro utile alla causa oppure sfruttare i punti strategici per sfuggire alle autorità, erano i sintomi di una formula che necessitava di essere coltivata, curata e migliorata, affinché si potesse raggiungere una squadra di meccaniche vincenti.

Tali potenzialità, in Watch Dogs, venivano ampliate tramite un albero delle abilità piuttosto articolato, permettendo ad Aiden Pearce di sbloccare potenziamenti ed abilità da hacker, accedendo a nuove possibilità e meccaniche di gameplay. L’hacking diventava più tecnico nella risoluzione dei puzzle per sbloccare accessi nella rete, i quali erano meccanismi molto frequenti durante la storia principale. Queste meccaniche trovavano un’implicazione anche durante i combattimenti, le fasi stealth, dove il giocatore poteva sfruttare ciò che scovava intorno a sé come potenziale arma letale. Pensiamo alla possibilità di poter elettrificare un nemico grazie alla manomissione di impianti elettrici, oppure distrarre la guardia di turno facendo partire un allarme o semplicemente attirando la sua attenzione con un banale messaggio telefonico. Come se non bastasse, era possibile avere anche occhi dappertutto: le telecamere, ad esempio, erano uno dei migliori mezzi per anticipare percorsi di guardia, trovare una via d’accesso o, semplicemente, per aggirare e stordire un sicario. Il primo Watch Dogs sapeva offrire una varietà ludica promettente, la cui magia però finiva per esaurirsi pian piano, fino a diventare una routine per l’approccio al gameplay.  Altri guizzi interessanti ma lasciati in balia di sé stessi, sono diversi collezionabili come i codici QR, parte del multigiocatore che inizialmente si trattava di un banalissimo nascondino tra hacker, ma tutto sommato era fantastico arricchirsi alle spalle dei cittadini di Chicago rubando i loro risparmi bancari. Sicuramente Aiden Pearce non ha mai brillato come protagonista, così come la storia in sé regalava ben pochi  colpi di scena memorabili, e il tutto culminava una volta oltrepassati i titoli di coda, ma il potenziale forse è uno di quelli che difficilmente possiamo dimenticarci, e fortunatamente, Ubisoft ha saputo rifarsi con un certo Watch Dogs 2.

Watch Dogs

Un seguito totalmente opposto

Watch Dogs 2 è l’estremo opposto del suo predecessore: vivace, colorito, onesto con sé stesso ma soprattutto, capace di esprimere le potenzialità di una formula che in precedenza non aveva convinto del tutto. La storia che vede protagonista Markus Holloway, optava per una narrazione più giovanile, capace di interfacciarsi con un pubblico di tutt’altra manica rispetto al primo capitolo, che risultava più cupo e a tratti anche più maturo. Questo perché si è scelto di sviluppare la nuova iterazione con uno stampo più social, con follower che determinavano un metro di progressione nell’evoluzione delle abilità di hacker, così come, la scelta di San Francisco come nuova città in cui ambientare la nuova storia si rivelò decisamente azzeccata. La metropoli, infatti, ritrovo multiculturale, polo dell’innovazione grazie alla Silicon Valley, fu l’espediente giusto col quale cambiare rotta non solo nei temi affrontati, ma anche nell’applicazione delle meccaniche dell’hacking al gameplay. In primo luogo vennero introdotte diverse novità al sistema di hackeraggio, arricchendo un gameplay ulteriormente migliorato nelle sue fondamenta. Si inizia dalle meccaniche già esistenti, come il controllo del traffico, l’utilizzo di dissuasori per bloccare gli inseguitori, per passare poi ad una piccola estensione delle suddette con la possibilità di guidare delle vetture attraverso lo smartphone di Markus, utilizzandole come trappole, oppure sfruttando la città stessa come vera e propria arma con la quale difendersi. Ma le vere novità furono ben altre, e l’hacking offriva la libertà al giocatore di divertirsi a proprio piacimento, fornendo gli strumenti adatti per poter avere un maggiore controllo su San Francisco. Impossibile dimenticare soprattutto la possibilità di “surfare” sulle auto comandate dallo smartphone, ma le varie applicazioni delle dinamiche non potevano fare altro che esprimere ancora una volta tutte le potenzialità di un gameplay appagante.

Si torna all’utilizzo delle telecamere per osservare la situazione da lontano, con la possibilità di attirare l’attenzione sfruttando elementi di scena, per poi essere utilizzati per neutralizzare eventuali minacce. La vera chicca è  però l’utilizzo dei droni per poter espandere il raggio d’azione. I nuovi strumenti in nostro possesso permettevano al giovane hacker del DedSec di agire indisturbato nei luoghi dove vige la massima sicurezza, sfruttando a proprio vantaggio i droni (tra cui un quadcottero) per l’avanscoperta. Ottimo soprattutto per quelle missioni in cui si hanno più possibilità d’approccio, qualora si desiderasse di portare a termine l’incarico passando inosservati. Ciò che ha fatto più gola e che richiederà un consumo notevole della batteria è l’hack di massa, capace di neutralizzare temporaneamente tutte le comunicazioni, o nelle varianti più distruttive, di poter hackerare tutti i veicoli nelle vicinanze per creare incidenti a catena, insomma, se da una parte il controllo della città ne esce migliorato, dall’altra abbiamo modo di seminare caos e distruzione a nostro piacimento. Ed è questo che fa Watch Dogs 2 in qualità di sequel: prendere il suo predecessore e migliorarlo in ogni suo aspetto, risolvendo alcuni punti critici di un gameplay ed estendendo il sistema di hackeraggio introducendo nuove funzionalità. Come se non bastasse, al di là dell’inclusione di personaggi a noi familiari, la possibilità di sfruttare una stampante 3D per creare le armi è un’altra piccola chicca che ci permette di apprezzare maggiormente la storia di Marcus, con tutte le citazioni al mondo nerd del caso per una narrazione più colorita, capace di coinvolgere maggiormente il giocatore.

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Watch Dogs Legion grida una sola parola: rivoluzione!

Ciò che possiamo aspettarci da Watch Dogs: Legion, in attesa di scoprire il giudizio finale, è una vera e propria rivoluzione, che vuole affermare la propria identità in qualità di brand. Perché basandoci su quanto presentato finora, il titolo questa volta ambientato a Londra, evolve l’hacking verso un nuovo livello. E quale occasione migliore se non alle porte della next-gen? Tale rivoluzione del brand è dovuta principalmente dall’utilizzo di più personaggi durante la storia, mettendo da parte dunque un vero e proprio protagonista. Infatti, il giocatore potrà reclutare nel DedSec qualsiasi NPC, il quale si unirà alla causa a seconda di principi morali indotti dagli eventi nel gioco: qualora il personaggio coinvolto abbia subito un torto dal noto gruppo di hacker, egli rifiuterà l’offerta, mentre, se la persona ha ricevuto dei favori dal gruppo, le chance che quest’ultimo si unisca a voi aumentano vertiginosamente. Questo sistema di reclutamento si districa nelle tre categorie di personaggi giocanti in nostro possesso: combattimento, stealth e infine hacking. Quindi ci saranno personaggi maggiormente predisposti ad affrontare determinate situazioni con abilità uniche annesse, permettendo al giocatore di assaporare – con ogni probabilità – una varietà ludica decisamente invitante, seppur vi sia il rischio che l’identità sinora costruita dalla saga venga compromessa. Come se non bastasse, anche la narrazione potrebbe subire un netto calo: il rischio che le principali personalità legate ai fili che tessono la trama siano meno propense ad una sana caratterizzazione è decisamente alto, e chissà se Ubisoft sia riuscita a raccontare in quella Londra distopica, una storia ben articolata con protagonisti assolutamente convincenti.

Ma possiamo essere sicuri che Londra sarà un piacere univoco da esplorare, specie con tutte le potenzialità della next-gen messa a disposizione per il titolo di Ubisoft. Tra performance e risoluzioni migliorate, l’implemento del Ray Tracing renderà Watch Dogs: Legion estremamente invitante, e sinceramente non vediamo l’ora di vedere con i nostri occhi e pad alla mano, un prodotto così promettente all’opera sulle nuove macchine di Sony e Microsoft.

Watch Dogs è un brand nuovo di zecca che può ancora esprimere enormi potenzialità, interfacciandosi con la nostra cruda realtà, traendo ispirazione soprattutto dagli eventi che hanno scosso il mondo negli ultimi anni. Non a caso, Watch Dogs: Legion racchiuderà in sé anche temi scottanti e politici come la Brexit, mostrando con un futuro distopico quali potranno essere eventualmente le conseguenze di tali scelte. Tornando alla saga, nonostante un avvio che qualitativamente non ha convinto tutti, riteniamo che l’hacking di casa Ubisoft possa spalleggiare i marchi di punta della casa francese, e chissà se l’azienda abbia in mente di portarci a spasso per il mondo nelle metropoli più caratteristiche che la Terra ha da offrire. Chissà, dopo Londra potremmo finire a Parigi, Milano, Madrid, Monaco, Praga o magari in Oriente. Se non altro, non vediamo l’ora di mettere le mani sulla nuova iterazione della saga, che ha tutte le carte in regola per definire una formula ludica a dir poco promettente.

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Matteo Murri

Appassionato di videogiochi, manga e anime, si interessa principalmente al panorama videoludico orientale, appassionandosi agli JRPG e non solo. Si destreggia in qualsiasi genere videoludico, osservando con interesse anche i titoli indipendenti, con l'obiettivo di entrare in contatto con tutte le sfumature possibili del videogioco.